Taglio dei parlamentari

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La Camera dei deputati ha appena approvato il taglio dei parlamentari: la stessa Camera sarà composta da 400 deputati (erano 630), il Senato conterà 200 membri elettivi (erano 315).  Il nuovo assetto è passato al vaglio della Camera con un’ampia maggioranza, ma si sentono parecchie voci di dissenso all’interno delle forze politiche che hanno approvato la riforma.

Secondo me, i parlamentari sono stati costretti a votare per la riduzione perché un voto contrario, nel clima di scarso appeal della politica tra la gente, sarebbe stato impopolare e avrebbe significato perdere parecchi voti. Una volta licenziata la riforma, mi aspetto dei colpi di coda dei dissenzienti che cercheranno di ridurne la portata. Non sarebbe una novità.

L’aspetto su cui vorrei riflettere riguarda i timori espressi, anche da esponenti di sinistra (area cui faccio riferimento), riguardo alla paventata mutilazione della democrazia derivante da una rappresentatività che sarebbe ridotta per effetto del minor numero di parlamentari. Di sicuro, occorrerà ridisegnare con attenzione i collegi per fare in modo che anche piccole, ma peculiari, porzioni del nostro paese possano vedere rappresentate le loro legittime istanze e, probabilmente, una legge elettorale proporzionale risponde meglio a tale esigenza. Non vedo però, nella riduzione dell’elettorato passivo, un vulnus democratico anche alla luce del fatto che altri paesi, con democrazie più consolidate e meglio funzionanti della nostra, hanno un numero di parlamentari inferiore all’Italia. E se è fondata l’osservazione che i risparmi saranno irrisori, sarebbe auspicabile che alla riforma appena varata fossero affiancate altre innovazioni costituzionali che vedano la riduzione degli organi legislativi e amministrativi attualmente operanti in modo da rendere il risparmio più consistente e più incisiva ed efficace l’attività della nostra classe politica.

In poche parole, non vedrei male l’abolizione (vera, non quella pasticciata di matrice renziana) del Senato ed anche delle Regioni, oltre che delle Provincie, lasciando, al limite, un organismo intermedio snello e con competenze chiare e ben delimitate, tra lo Stato e i Comuni. Tale configurazione avrebbe il vantaggio, oltre al risparmio derivante dalla diminuzione delle “poltrone”, di avvicinare la politica al cittadino in modo che le esigenze di quest’ultimo possano essere meglio interpretate e soddisfatte. Per questo motivo non vedo nella riduzione del numero di soggetti intermediari tra potere legislativo/amministrativo e cittadini un attentato alla democrazia. Con riferimento all’attuale operatività delle camere, non è populismo demagogico chiedersi perché, al netto delle attività svolte in altri organismi, spesso le assemblee siano così poco frequentate, come può evincersi anche dalla foto allegata all’articolo.

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