30 anni fa il crollo del muro di Berlino

crollo muro

A trenta anni esatti dalla caduta del muro di Berlino, accadimento simbolo del crollo del sistema politico ed economico del socialismo reale in genere e, più in particolare, dell’Unione Sovietica (anche se il disfacimento dell’URSS avverrà qualche anno dopo), cogliamo l’occasione della ricorrenza per fare delle riflessioni su quello che è successo dopo.

Innanzitutto, vorrei dire che il sistema della DDR e del blocco sovietico era pessimo dal punto di vista delle libertà personali e politiche e insufficiente, in quel contesto, da quello delle politiche economiche. La limitazione delle libertà di espressione, il ferreo controllo della popolazione, per quanto amplificati nella loro dimensione dalla propaganda occidentale, costituiscono già un aspetto fortemente non condivisibile dei sistemi dell’Europa dell’Est. Dal punto di vista economico, al netto di lentezze e burocrazia, il sistema non poteva competere in un mondo dove la concorrenza esasperata ed il perseguimento della competitività a tutti i costi, anche a danno di ambiente e lavoratori, per la necessità di eccellere sul mercato, ispiravano e caratterizzavano gli assetti economici di tante potenze economiche mondiali. Si potrà dire che i cittadini dei paesi del socialismo reale erano mediamente più istruiti, che i bisogni primari erano soddisfatti, ma tale assetto non poteva resistere in contrapposizione all’economia di mercato praticata in parti così importanti del mondo come USA e Europa Occidentale.

Gli USA costituivano (ancora di più oggi) il campione del liberismo sfrenato e mantenevano tale sistema in America Latina foraggiando le peggiori dittature fasciste. Anche in Asia erano intervenuti, addirittura militarmente, ma la tenace resistenza delle popolazioni e la dispendiosità di tali “missioni” avevano favorito il loro disimpegno. In Europa Occidentale, troppo vicina alla cortina di ferro, occorreva ben altro disegno, un ragionamento più fine. Per contrastare le velleità dei comunisti occidentali fu favorita la creazione di un sistema di welfare sconosciuto in altri luoghi del blocco occidentale, furono concessi diritti ai lavoratori, fu temperato il ruolo del mercato nello svolgimento della vita sociale. In Europa Occidentale erano fortissime le formazioni socialdemocratiche e laburiste, il Partito Comunista Italiano (il più grande dell’occidente) era in posizione di distante critica al PCUS e non costituiva una minaccia, almeno dagli anni ’60 in avanti, alla democrazia. Il PCI, comunque, non andò mai, fino al 1976, al governo anche per l’opposizione degli USA e la velata minaccia di un altro “caso Cile” che fu tra le cause del “compromesso storico”. Era però un partito che aveva il suo peso nella società e nelle decisioni politiche e di tale circostanza trassero giovamento le classi lavoratrici.

È teoria diffusa, ed io la sposo, che la rottura di tali equilibri est – ovest abbia portato all’affermazione del modello unico liberista con le conseguenze che sono oggi sotto gli occhi di tutti: minori diritti e più basse retribuzioni per i lavoratori, aumento delle differenze a causa di una minore redistribuzione dei redditi, rallentamento, se non blocco, dell’ascensore sociale. Il tutto aggravato dalla globalizzazione e dalla problematica dell’emigrazione dai paesi in difficoltà economica e politica.

I partiti di sinistra hanno reagito aderendo totalmente al modello liberale e, nel tentativo di guadagnare consensi tra la classe media, hanno perso appeal tra i meno abbienti. In questo contesto di malcontento abbiamo visto proliferare forze di destra populista ed anche neofasciste che, demagogicamente hanno fomentato guerre tra poveri (borgatari contro immigrati, per esempio) e guadagnato indegni consensi. Anche nei paesi dell’ex blocco sovietico abbiamo avuto episodi di revanscismo nazista e prese del potere da parte di politici molto vicini all’estrema destra come Orban e i fratelli Kaczyński.

Abbiamo salutato la caduta del muro di Berlino, forse con un eccesso di ottimismo, come il trionfo della democrazia. Ci troviamo molta più cattiveria nella società, i fascisti che riprendono fiato, come se la storia non ci avesse insegnato niente, un sistema economico meno tutelante e più ingiusto. Era ingiustificata tutto questo entusiasmo trent’anni fa? Si poteva gestire tutto in un altro modo? E cosa sarebbe successo se Gorbaciov avesse continuato la sua opera, senza essere interrotto dal golpe del 1991, colpo di coda della parte più retrograda e ottusa della classe politica sovietica?

 

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