I Leoni di Sicilia – Stefania Auci

leoni di sicilia

Quando ho comprato questo libro ero scettico. Pensavo descrivesse in termini agiografici e crudi la storia della famiglia Florio. Invece, si tratta di un vero e proprio romanzo basato sulla storia di tre generazioni di questa famiglia che, partiti da un paese della Calabria con “le pezze al culo”, giungono a Palermo, allora capitale del regno dei Borbone per l’occupazione napoleonica di Napoli.

In questo contesto, i fratelli Paolo e Ignazio, piccoli commercianti di spezie “bagnaroti”, aprono un'”aromateria” (negozio di spezie anche a fini parafarmaceutici) partendo da un piccolo magazzino e, piano piano, diventano imprenditori di successo. Con le successive generazioni, Vincenzo e Ignazio, diventano potentissimi e ricchissimi con le loro imprese che, pur continuando a trattare le spezie, si occupano di pesca e conservazione del tonno, estrazione dello zolfo, vino Marsala, navigazione commerciale.

Il tratto del romanzo rende scorrevole e intrigante la storia. I personaggi mettono in mostra la loro dimensione umana, la determinazione nel raggiungere gli obiettivi, le paure, la rabbia verso i nobili palermitani che, nonostante i propri disagi economici e la ricchezza e potenza, anche politica, dei Florio, li considerano sempre dei “facchini”, gente che per campare ha bisogno di lavorare. Con i mercanti inglesi (Ingham, su tutti), invece, riescono a stabilire rapporti di collaborazione, pur restando sempre e comunque concorrenti.

E tra questi personaggi, quelli che più mi hanno colpito sono stati Giuseppina, la moglie del capostipite Paolo, di cui non è innamorata anche perché contraria al trasferimento a Palermo e insofferente all’atteggiamento del consorte che mette il lavoro e gli affari davanti a tutto; Vincenzo (figlio di Paolo e Giuseppina), freddo, calcolatore, determinatissimo e spietato negli affari, pur mostrando a tratti un animo buono (forse per l’esempio ricevuto dallo zio Ignazio) che riesce sempre a mettere a tacere per perseguire il primato economico. Giulia, moglie di Vincenzo, figlia di commercianti milanesi, trasferitisi a Palermo da Milano perché la madre ha una malattia non compatibile con il clima lombardo, che solo dopo la nascita del terzogenito maschio, riesce a farsi sposare (prima faceva la mantenuta) sconfiggendo le resistenze di Vincenzo che riteneva il matrimonio con lei non conveniente per le sue aspirazioni.

La storia è ben raccontata dall’ottima Stefania Auci che ha cura di inserire dei capitoli nei quali descrive, brevemente, il contesto storico in cui si svolgono i fatti. Inoltre, la lettura è scorrevole e la costruzione avvincente, che ti cattura e ti molla solo quando giungi allo stremo delle forze.

Sono solo un semplicissimo lettore, ma voglio testimoniare le sensazioni provate nel leggere il romanzo, che non è celebrativo dei Florio, anzi, li mette a nudo facendone scoprire le irrequietezze, la cupidigia, il mettere a tacere i sentimenti perché incompatibili con gli affari. Imprenditori di successo, ma rapaci e capaci di passare sopra a tutto, familiari, concorrenti, istituzioni, rivolte popolari, per diventare sempre più ricchi, ma continuando a soffrire per il peccato originale della loro provenienza sociale. In certe parti si può immaginare una critica ad alcuni aspetti del nascente capitalismo che, in quella fase storica, stava soppiantando la nobiltà ed i suoi principi, tipici del feudalesimo.

Un romanzo da cinque pallini, per il quale mi aspetto un sequel, dato che il romanzo finisce con i Florio ancora in auge.

 

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