Film al cinema – Parasite

Parasite

Scelta obbligata del sabato sera, vista l’incetta di oscar di questo film sud-coreano, diretto da Bong Joon-ho, che vanno ad aggiungersi alla Palma d’Oro del Festival di Cannes del 2019. Stavolta non c’è stata alcuna discussione in famiglia in merito alla scelta, per il clamore suscitato dalla notte degli Oscar e perché, sotto sotto, mia moglie voleva far decidere me per poter discutere, da brava dolce metà, il film prescelto.

Il film comincia con la famiglia Kim (marito, moglie e due figli, un maschio ed una femmina, intorno ai venti anni) che si arrabatta tra sussidi di disoccupazione e lavoretti saltuari e che vive in un seminterrato di un quartiere popolare sud-coreano, molto simile ad una favela. Una sera, un amico del figlio maschio Ki-woo regala alla famiglia una roccia appartenente alla collezione del nonno, che dovrebbe fungere da amuleto e procurare ricchezza.  L’amico, inoltre, propone a Ki-woo, di sostituirlo nel ruolo di insegnante privato di inglese svolto nei confronti della figlia adolescente di una ricca famiglia (Park), fingendo di essere uno studente universitario.

Dopo qualche ritrosia iniziale, Ki-woo accetta e si presenta a casa Park facendo un’ottima impressione e ottenendo l’incarico. Il ragazzo riesce, attribuendole falsi attestati e studi e presentandola come l’amica di un’amico, a far assumere la sorella (Ki-jeong) come insegnante d’arte e psicologa del figlio minore dei Park. I due fratelli fanno anche in modo che l’autista del padre e la governante vengano licenziati e sostituiti dai loro genitori (Ki-taek, il padre, e Chung-sook, la madre), millantando esperienze e referenze e tacendo della parentela.

Una sera, mentre i Park sono in campeggio ed i Kim se la spassano nella villa, la vecchia governante suona al citofono chiedendo di poter prendere qualcosa che aveva dimenticato. Impietositi, i Kim la fanno entrare e l’ex governante si dirige verso un bunker segreto nel quale viveva da anni il marito, che si era rifugiato lì per sfuggire ai creditori. L’ex governante, dapprima, supplica Chung-sook di non denunciarla, ma successivamente, dopo aver scoperto la presenza degli altri membri della famiglia, minaccia di dire tutto ai Park. Questi, però, telefonano annunciando il loro rientro anticipato nel giro di pochi minuti a causa di un alluvione. Si scatena una lotta furibonda che vede l’ex governante, colpita letalmente, ed il marito soccombere ed essere rinchiusi nel bunker, mentre i tre Kim si nascondono in attesa dell’occasione giusta per lasciare la villa inosservati. Mentre sono nascosti, Ki-taek sente il suo padrone che lo elogia come autista, ma che lo descrive come puzzolente: “Puzza di metropolitana, come quelli che prendono i mezzi pubblici per andare al lavoro”.

A notte fonda riescono a scappare e tornare a casa, trovando lo scantinato completamente allagato per le piogge torrenziali. Dopo aver dormito in una palestra insieme ad altri sfollati, i Kim vengono richiamati dai Park, che li credono in una certa misura benestanti, perché hanno organizzato una festa improvvisa per il compleanno del figlio. Nel corso della festa il marito dell’ex governante riesce a liberarsi dal bunker e a colpire alla testa, con la roccia da collezione, Ki-woo, che cade a terra in un lago di sangue, e, con un coltellaccio, la sorella, che poco dopo muore. La furia omicida dell’uomo viene fermata da Chung-sook che lo uccide con uno spiedo per le salsicce, mentre il bambino dei Park viene preso da un attacco epilettico. Il padre, che poco prima era nascosto, travestito da pellerossa insieme al riluttante Ki-taek, in attesa di fare una sorpresa al figlioletto, urla all’autista di lanciargli le chiavi della macchina per andare in ospedale. Ki-taek gli lancia le chiavi, che, però, vanno a finire sotto il corpo, ormai inanimato, dell’uomo del bunker e Park, avvicinandosi al cadavere, mostra di essere schifato dal suo odore. A questo punto, l’autista ha un moto di rabbia, si procura un coltello e, stanco della sua arroganza, lo conficca nel petto del padrone, uccidendolo.

Il finale della storia non ve lo racconto, per non rovinare la visione del film, qualora decidiate di andare a vederlo.

Il film mi è piaciuto (a mia moglie no, ma che ve lo dico a fare?), anche se avrei preferito Joker come vincitore dell’Oscar. Si tratta sostanzialmente di una commedia, con alcune fasi piuttosto splatter, dove alcune inquadrature, specialmente all’inizio, mostrano la ricercatezza del regista e con precisi riferimenti alla situazione sociale dei paesi ad economia capitalista, in generale, e della Corea del sud, in particolare, dove scimmiottano gli Stati Uniti, fino al punto di cambiare i nomi di persona coreani con quelli americani.

L’opera del regista coreano affronta la problematica della lotta di classe, senza, però, mitizzare la “classe operaia” come nelle classiche trame dei film sull’argomento. I Kim vengono presentati come una famiglia di cialtroni, gente che imbroglia, ma, nello stesso tempo, fa vedere come il sistema capitalistico sud-coreano costringa persone che dimostrano talento e capacità a vivere al limite della sussistenza, senza poter frequentare l’università, senza poter coltivare le stesse ambizioni dei pari età di estrazione alto borghese. I Kim si trovano in quella situazione di abbrutimento, economico e non solo, anche perché non riescono ad accedere agli strumenti che potrebbero consentir loro di emanciparsi, vittime come sono di un sistema che ha fatto del liberismo più spinto la sua regola principale. E alla fine, la rabbia del proletario costretto alla sopravvivenza si scatena, in una sorta di liberazione, contro l’alto borghese che vive in un mondo tutto suo, dove i dipendenti devono obbedire senza fiatare ed essere grati che qualcuno li faccia lavorare, come se nessun riconoscimento dovesse essere attribuito al lavoro, visto, anzi, come una forma di carità (emblematica la scena in cui Ki-taek, che aveva passato la notte da sfollato, viene costretto in malo modo a vestirsi da pellerossa per fare una sorpresa al principino di casa). E la lotta tra i Kim e l’ex governante e suo marito, rappresenta anche la guerra tra poveri, dove uno sfruttato cerca di eliminarne un altro per poter pascolare delle briciole del padrone.

Il finale, di un film sostanzialmente divertente, allegro, è malinconico e toccante e lascia spazio alla speranza.

 

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