Il brano del giorno – 29 maggio 2020

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I Know What I Like (In Your Wardrobe) – Genesis – Selling England by the Pound

Proseguiamo con l’ascolto dell’album Selling England by the Pound e, dopo aver ascoltato il primo brano del disco (Dancing with the Moonlit Knight), passiamo al secondo, il più commerciale, pubblicato anche come singolo con buon successo. Continua a leggere “Il brano del giorno – 29 maggio 2020”

Dieci anni dal Triplete

inter triplete

Devo dire la verità: non mi sarei aspettato, considerando che soffrivo di crisi da astinenza per una semplice sosta della nazionale, di trovarmi assolutamente indifferente all’assenza di calcio giocato (e della mia Inter, soprattutto) come sono adesso. Il covid-19 ha stravolto le nostre vite anche in questo, anche se mi rendo conto che il calcio, oggi, è l’ultimo dei problemi. Continua a leggere “Dieci anni dal Triplete”

Il brano del giorno – 20 maggio 2020

genesis selling

Genesis – Dancing with the Moonlit Knight

Finalmente il grande successo arriva anche in Gran Bretagna (siamo nel 1973). Dopo anni di buoni consensi nell’Europa continentale e scarsa considerazione da parte di critica e pubblico in patria, i Genesis “svoltano” oltremanica. Le riviste specializzate inglesi riparametrano i giudizi e le vendite vanno bene (terzo posto in classifica). La cosa che fa specie è che questo album si inserisce totalmente nel solco dei lavori precedenti, risultando solo un po’ più “potente” di Nursery Crime e Foxtrot, ma con caratteristiche musicali e di ambientazione dei testi analoghe. Continua a leggere “Il brano del giorno – 20 maggio 2020”

Appena letto – Questa non è una canzone d’amore – Alessandro Robecchi

questa non è una canzone d'amore

Ho esordito nella lettura della narrativa di Alessandro Robecchi con il suo primo romanzo, del 2014. Lo seguivo su Twitter, ma non avevo mai letto alcuna sua opera, pur condividendo la linea dei suoi post ed essendo un discreto lettore delle opere pubblicate da Sellerio.

Nei romanzi che leggo, mi colpisce spesso l’aria di casa che respiro quando sono ambientati in luoghi che mi sono cari per il mio vissuto. Mi accade, per le mie radici sicule occidentali, con le storie di Giuseppe Di Piazza ed il suo Leo Salinas e di Gaetano Savatteri, autore delle avventure del giornalista investigatore Saverio Lamanna o con le storie di Marò Pajno, raccontate da Giuseppina Torregrossa. Mi accadeva anche con i romanzi di Camilleri, fino a quando non sono state trasmesse le fiction di Montalbano, che sono ambientate in posti bellissimi della Sicilia, ma che tradiscono gli originari luoghi in cui si svolgono le storie di Camilleri. Anche i bravissimi attori tradiscono una cadenza diversa rispetto al vigatese doc, ma mi rendo conto che, fuori dalle provincie elimo-sicane dell’isola la cosa non sia percepibile. E poi, nel mondo della tv tutto fa brodo. Una cosa che mi ha colpito leggendo il mio primo romanzo di Robecchi è stato il percepire aria di casa anche nei luoghi in cui è ambientato. Questo vuol dire, dopo poco meno di quaranta anni di vita vissuta a Milano e in Brianza, che anche questi luoghi, ma lo sapevo già, mi sono diventati cari.

Passiamo alla trama del romanzo. Il protagonista, Carlo Monterossi è un autore televisivo, arrivato al successo con il programma trash Crazy Love che gli ha procurato una certa agiatezza economica, ma verso il quale prova ormai solo repulsione, al punto da non volerlo più produrre, rinunciando ad un più che lauto compenso. Una sera, mentre si trova a casa, dopo cena, ad ascoltare Bob Dylan, bevendo un ottimo single malt, apre la porta di casa e si trova un energumeno con una pistola pronto a fare fuoco contro di lui. Questa scena, dopo che Monterossi riesce miracolosamente ad uscirne indenne, scatena le piste parallele che si intrecciano e sovrappongono (altro che convergenze parallele dei tempi del compromesso storico) fino ad arrivare all’epilogo finale. Si dipana un intreccio molto complicato: un gruppo di neonazisti, autori di un attacco incendiario ad un campo nomadi che ha causato delle vittime; dirigenti e padroni d’azienda senza scrupoli, mandanti dell’eccidio, che incaricano due killer professionisti per far fuori l’autore dell’attacco incendiario che ora li ricatta; due zingari, una sorta di agenti del servizio segreto rom, in cerca dei colpevoli per vendicare l’assalto; la compagine investigativa messa in piedi da Monterossi per scoprire chi ha tentato di ucciderlo, che un po’ collabora con la sconclusionata polizia ed un po’ procede in autonomia. Tutti cercano il neonazista, in un crescendo di tensione e coinvolgimento.

Il romanzo scorre bene, ha una sua verve particolare, momenti di gustoso umorismo. Dialoghi incalzanti, sarcastici, brillanti, simili, non me ne si voglia, a quelli dei romanzi di Savatteri con protagonista Lamanna. Efficace la descrizione dei luoghi nei quali si svolgono i fatti: chi conosce le zone ha l’impressione di trovarcisi. I personaggi sono disegnati molto bene e, umanamente, mostrano il loro lato cattivo e quello buono. In certi frangenti puoi trovarti a empatizzare con criminali e assassini. Si tratta di un giallo, con la giusta dose di suspense, momenti di umorismo, una trama ben costruita e che ti prende. Gli intermezzi dylaniani sono godibilissimi e stimolanti per chi, come nel mio caso, ha ascoltato più gli album da Blood on the Tracks in poi (greatest hits a parte) che quelli citati.

Libro che scorre benissimo, trama avvincente, stile originale che affascina e diverte. Mi è venuta voglia di leggerne altri dello stesso autore, cosa che farò prossimamente.