Appena letto – Riccardino – Andrea Camilleri

Ho cominciato a leggere questo romanzo con curiosità e parecchia mestizia. Si trattava dell’ultimo episodio dell’amata saga del commissario Montalbano, pubblicato postumo, ad un anno dalla scomparsa del maestro di Porto Empedocle. Il commissario mi mancherà, ma tutto ha un inizio e una fine e, grazie al cielo, la lucida longevità dell’autore ci ha regalato un buon numero di storie appassionanti, stuzzicanti e sulle quali riflettere.

Avevo il terrore che l’avventura letteraria di Montalbano si concludesse con “un’ammazzatina”. Il mai banale Camilleri ha scelto un altro modo per l’uscita di scena, più elegante, più dolcemente favolistica. Non vado oltre per non rivelare troppo e togliere, a chi non l’avesse letto, il piacere della sorpresa.

Nel pieno della notte, Montalbano viene svegliato da una telefonata:”Riccardino sono. Ti stamu aspittannu davanti al bar Aurora”. “Staiu vinennu” la risposta del commissario in vena di scherzi, che non conosce nessun Riccardino (il virgolettato non è quello originale). La solita telefonata di primo mattino annuncia a Montalbano che c’è stato un omicidio. Il commissario si reca sul posto e scopre che la vittima è l’autore della telefonata notturna, Riccardo Lo Presti, direttore della filiale vigatese della Banca Regionale. Testimoni due dei tre inseparabili amici del bancario, con i quali si apprestava ad andare a fare una passeggiata in campagna. Montalbano inizia le indagini, pur se di malavoglia, dato che negli ultimi tempi si sente, forse per l’età, svuotato, stanco, senza più l’istinto del cacciatore. Grazie a questo stato d’animo, prova sollievo quando il questore gli toglie l’indagine per affidarla all’inetto, a dispetto del nome, che evoca ben altro personaggio, Enrico Toti. Ma il “piscopo” Partanna, zio di uno dei componenti della combriccola dei “muschitteri”, fa pressioni su chi di dovere affinché Montalbano ritorni titolare dell’indagine. Il questore, obtorto collo, convoca il commissario e, senza risparmiargli velenose frecciatine, gli comunica che deve riprendere ad investigare sull’omicidio. Parallelamente, anche se poi le storie si congiungeranno, il commissario deve indagare sulla segnalazione di una mastodontica “chiaroveggente” circa dei traffici, probabilmente loschi, perpretati da un camionista nei pressi della discarica comunale.

La trama si sviluppa secondo tempi e modi della classica indagine montalbaniana, con i farseschi inserimenti di Catarella, le indagini anagrafiche di Fazio, ma non appare, perché in ferie, Mimì Augello, mentre Livia si sente al telefono in rare occasioni. Si respira l’aria malinconica del fine carriera, è tangibile la stanchezza del protagonista, dopo decenni di indagini condotte senza risparmiarsi. Inoltre, è manifesto il confronto tra il personaggio letterario ed il suo alter ego televisivo, forte dei suoi milioni di telespettatori, a fronte dei quali il protagonista dei romanzi può esibire solo qualche centinaio di migliaia di lettori. Infine, è esplicito il confronto, spesso aspro, tra l’autore dei romanzi e il protagonista, che si protrae fino al termine della storia e ne costituisce la parte principale dell’epilogo.

Dirò subito che sia il confronto con il personaggio televisivo, sia i dialoghi con l’autore, non mi sono piaciuti tanto. Li ho trovati forzati, troppo surreali e avrei preferito che il romanzo seguisse la struttura delle storie precedenti. Questo nuovo metro narrativo non mi ha convinto e mi ha condotto a considerare Riccardino un romanzo non all’altezza della produzione precedente e, in ogni caso, inferiore alle attese. Considero, quindi, l’opera un episodio non trascendentale dell’intera saga, apprezzabile solo perché ultimo capitolo di una storia che tanto mi ha deliziato e appassionato. Rimane, comunque, la gratitudine nei confronti di Andrea Camilleri per aver inventato un personaggio magnifico e delle storie, tante, che ho divorato con piacere e soddisfazione ogni volta che sono state pubblicate. Per questo, anche l’ultimo, non felicissimo, atto merita di essere letto, non fosse altro che per l’atmosfera malinconica di fine ciclo e perché momento storico nello sviluppo del personaggio.

Inter – Fiorentina 0 – 0

Mi aspettavo una brutta partita di fine stagione e così non è stato. Le squadre si sono affrontate con agonismo, più che altro da parte dei gigliati, e ad una sostanziale supremazia territoriale dei nerazzurri, i viola hanno opposto una difesa ordinata, la perfetta applicazione della tattica del fuorigioco e qualche sortita in contropiede, che ha impensierito le mie coronarie e che non si è concretizzata per un paio di ottimi interventi di Handanovic, più attento che nelle ultime occasioni.

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Roma – Inter 2 – 2

Ieri sera ho pubblicato un post su un libro che avevo finito di leggere (QUI). Alle 21.30, appena arrivato all’Inter Club, il mio amico Giacomo, che aveva visto il post, mi ha detto di aver pensato, prima di averlo letto, che fosse quello relativo alla partita, scritto in anticipo. Non voglio attribuirmi alcuna capacità divinatoria, ma avrei potuto farlo, perché prevedere “sviste” arbitrali quando il gioco si fa incerto è la cosa più ovvia e semplice che ci sia. Con l’antefatto che giocavamo con meno giorni di recupero fisico, tanto per farci capire come devono girare le cose.

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Inter – Torino  3 – 1

Alla fine del primo tempo, eravamo sull’orlo della disperazione. Dopo un predominio territoriale netto, all’inizio anche su buoni ritmi, poi lento e confusionario, eravamo in svantaggio per una papera, alla Giuliano Sarti (non proprio uguale, ok), dell’appannato Handanovic, che si era lasciato sfuggire un comodo pallone, depositandolo sui piedi dell’incredulo Belotti, lesto a spingerlo in rete.

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