Ad un anno dal primo post sul blog

Mi sono accorto, solo oggi, che è passato poco più di un anno dal primo articolo su questo blog. Il 9 ottobre 2019 scrivevo Passione nerazzurra (Qui), post nel quale raccontavo come l’Inter era diventata la mia squadra del cuore. Da allora, ho scritto abbastanza, occupandomi di musica (il mio amato prog anni ’70), cucina (anche se sono più bravo a mangiare), libri letti (i gialli della Sellerio innanzitutto), film visti al cinema (purtroppo non sono più andato dopo il lockdown), qualche volta attualità e politica e, naturalmente, commentando le partite della Beneamata. Ho sempre premesso che non sono un tecnico degli argomenti che tratto, ma cerco sempre di trasmettere, senza pretese, il punto di vista del tifoso medio, del cittadino più o meno pensante, del lettore non impegnato, del cuoco da sopravvivenza, del fruitore disimpegnato di musica e film. Spero di aver dato ai miei pochi seguaci  qualche spunto interessante e non banale.

Voglio svelare, ai pochi che non lo sapessero, che Gaggera è uno pseudonimo che trae la sua origine dalle mie frequentazioni della bellissima Selinunte, nella splendida provincia di Trapani, luogo di mare, gusto, storia e umanità che mi manca molto, dato che non vado da quasi dieci anni. Aspetto con ansia che passi la bufera pandemica per tornare, ancora di più dopo aver smesso di lavorare, “ove il mio corpo fanciulletto giacque” (cit.). La collina della Gaggera si trova nella parte più nord-occidentale del parco archeologico di Selinunte, oltre il santuario della Malaphoros, all’esterno della cinta muraria dell’acropoli. Si tratta di un patrimonio archeologico immenso che, per quanto mi ricordi, meriterebbe più cure e attenzioni. Sulla collina, insieme ai resti di alcune aree sacre, si trova la fonte Gaggera, che alimentava il santuario di Demetra Malaphoros. Ho trovato che la fonte era la metafora perfetta per descrivere quello che, nelle mie intenzioni, era lo scopo del blog: abbeverare le mie conoscenze e condividere le scoperte con gli altri. Scrivendo, anche se poche righe, mi sono ritrovato ad approfondire gli argomenti, a riflettere su quanto letto o visto, a proporre, a me e a chi mi ha letto, degli spunti di analisi su fatti accaduti e commentati, dal mio punto di vista.   

Dopo un anno, tradizionalmente, si fa il bilancio dell’esperienza vissuta. Riguardo alle frequentazioni del sito devo dire che non sono moltissime. Forse gli argomenti sono un po’ “datati”, poco attuali, e le mie capacità promozionali sono limitate dal poco tempo che vi dedico, oltre che dalla scarsa attrattività delle tematiche affrontate. Gli articoli sono segnalati anche su Facebook e Twitter, che frequento con non molta assiduità. Posso dire che ho notato un aumento dei contatti quando ho manifestato la mia presenza in modo più assiduo sui social. Sicuramente questi costituiscono un veicolo per la diffusione del blog, ma non ne sono molto attratto e non riesco ad essere presente con l’assiduità richiesta per avere un riscontro più importante.

Il blog, come spesso scrive il quasi coetaneo Rudi Ghedini, mio punto di riferimento sul tema e oggetto di visite quotidiane al suo spazio per la completezza ed efficacia dei post (scritti molto bene) e perché mi ritrovo nel suo essere di sinistra, interista, amante della buona musica e dei bei libri, è uno strumento ormai obsoleto, destinato all’estinzione. Oggi le problematiche e i fatti si enunciano, non si analizzano, si parla per slogan o per immagini, senza andare oltre le poche righe, per non stancare il lettore. Il web fornisce una miriade di notizie (alcune marchianamente fake) e gli utenti esprimono una moltitudine di opinioni, tra le più disparate. Di fronte a questa inflazione di fatti e pareri, spesso basati sul nulla, il lettore, incalzato dal loro susseguirsi serrato, salta a piè pari quelli la cui lettura richiederebbe più di pochi secondi. Così si spiega il successo dei social in cui i post sono di poche righe, in un meccanismo di causa – effetto: il social mi costringe ad essere estremamente stringato e l’utente non legge gli spazi di approfondimento, perché è necessario troppo tempo. Viene, praticamente, generato un deficit di attenzione generalizzato, che mina l’approfondimento delle questioni, semplificando cose che meriterebbero un’analisi più completa e sulle quali riflettere compiutamente e non per parole d’ordine. Ciò, probabilmente, favorisce la costituzione di “bande di tifosi” che blaterano per slogan, favorendo la diffusione di falsi storici e panzane immonde. La debolezza di queste “opinioni”, però, le rende effimere ed è nemica del radicamento del pensiero, come può dimostrare la perdita di appeal di certe idee (purtroppo ancora troppe), diffuse con tambureggianti profili falsi, che inondano i social.

A proposito di messaggi sui social tralascio di sottolineare gli errori grammaticali, di ortografia e di costruzione che si leggono. Sono cosciente del fatto che non stiamo parlando, io per primo, di scrittori o giornalisti professionisti (anche se in quest’ultimo caso si trovano delle “perle” anche tra i post di gente iscritta all’ordine), ma questo analfabetismo di ritorno, spesso anche funzionale, dà piuttosto fastidio. Mi piace, invece, fare un breve parallelismo tra il mondo dei social e quello della musica. Non ho esperienza diretta, perché non conosco la produzione recente (è un eufemismo: tranne poche eccezioni, mi fermo alla fine degli anni ’70), ma mi rifaccio a quanto mi fa notare mio figlio, che, pur non uniformandosi, frequenta l’ambiente, sia come ascoltatore, sia come autore e interprete. I brani, oggi, per avere seguito, devono durare pochi minuti, due o tre al massimo, perché la soglia di attenzione diffusa non sopporterebbe minutaggi più ampi. Figuriamoci che successo potrebbe avere, ai giorni nostri, un pezzo come Supper’s Ready, dei Genesis, che di minuti ne durava quasi ventitré. La frenesia tipica dei nostri tempi, non consente neanche di pensare al fatto di stare ventitré minuti ad ascoltare una canzone. L’incalzare degli eventi spinge, quasi inconsapevolmente, a passare presto a qualcosa d’altro, per macinare altre emozioni, per consumare altro, in un vortice che ha tutta l’aria di essere indotto a fini di business. Correre, correre sempre. Ma per andare dove, verso la prossima mungitoia? Per fare cosa, di così imprescindibile?

Le canzoni, poi, devono essere cantate. Non è concepibile, per gli odierni fruitori di musica, che le parti strumentali siano più lunghe di qualche secondo. In un frangente in cui la voce tardasse ad arrivare, il moderno ascoltatore si chiederebbe subito: “Ma quando attaccano a cantare?”. Sulla base di questi canoni, quanti storici assolo ci saremmo persi? Jimmy Page avrebbe mai composto ed eseguito il finale di Stairway to Heaven? E tralascio le splendide parti strumentali dei brani dei Genesis, dei Pink Floyd, dei Jethro Tull e di altri interpreti di una stagione musicale irripetibile, ma anche la splendida intro degli Zingari Felici di Claudio Lolli.

In un contesto come quello descritto, come può uno strumento come il blog, che favorisce l’approfondimento, ma richiede una certa dose di impegno nella lettura e nell’ascolto e visione dei contenuti multimediali inseriti, conseguire riscontri degni di nota? E non parlo solo del mio sfigato spazio (per volermi bene, lo definirei di nicchia), ma anche di altri siti molto più curati ed interessanti del mio.

Torniamo ai bilanci: in termini di riscontri, il blog mi dà magre soddisfazioni, per i motivi già detti, anche se so che i pochi seguaci sono amici, la maggior parte reali, con i quali è bello mantenere un contatto. Anche i commenti sono pochissimi e i “like”, compresi quelli su Facebook e Twitter, più numerosi, ma non in maniera eclatante. Dovrei migliorare parecchio la promozione del sito, trovare argomenti più accattivanti e limitare la lunghezza dei post, ma non credo di esserne capace. Ho dato vita a questo blog, innanzitutto, per approfondire, io stesso, i temi trattati, scoprendo cose nuove, attraverso la ricerca su internet, che mi ha fatto piacere apprendere. Se qualcuno, anche poche persone, potrà sentirsi minimamente appagato da quello che legge, ne sarò contento ed avrò raggiunto il mio scopo.

Continuerò a coltivare questo hobby e a seguire altri siti analoghi, anche sulla piattaforma che mi ospita. La cariatide che è in me preferisce gli spazi di riflessione alle accozzaglie di gente che urla le sue poche idee e contenuti discutibili. Nel mio piccolo e con le mie scarse possibilità, in termini di capacità di analisi e di esposizione, ritengo che il blog sia uno strumento adeguato. Torneremo tra un anno circa sull’argomento e vedremo, con dodici mesi in più di esperienza, come si saranno evolute le cose. “Il Blog è vivo e lotta insieme a noi” (cit.).

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