Appena (ri)letto – I Promessi Sposi – Alessandro Manzoni

Era da un po’ che non condividevo le mie impressioni sui libri letti. La ragione di questa latitanza è che mi ero imbarcato nella rilettura del grande romanzo manzoniano, curioso di vedere che impressione mi avrebbe fatto, specialmente in confronto alle sensazioni percepite da studente liceale.

Dico subito che la lettura non è stata così scorrevole come quella di un romanzo giallo del XXI secolo. D’altra parte, il libro è stato scritto nella prima metà dell’800 ed è pieno di termini e modi di dire dell’epoca, oltre che di “toscanismi”, figli del fatto che il Manzoni aveva sciacquato i panni nell’Arno. Ogni tanto si può notare qualche termine dialettale milanese fare capolino tra le righe del libro. Comunque, la lettura non è stata pesante, perché la trama del romanzo mi ha “preso” e posso dire di averlo assaporato meglio che da ragazzo.

Non scriverò della trama, della storia del romanzo e del suo autore, ché queste cose dovrebbero essere sufficientemente note. Mi soffermerò sui personaggi che più mi hanno colpito e sulle sensazioni che ho provato a leggere le loro gesta. Potrò sembrare superficiale, banale o dissacratorio, ma non voglio abbozzare una critica letteraria (non ne sarei capace e mi sono appena ripreso dalle fatiche dell’essere virologo). Cercherò di trasmettere le elementari impressioni di un “ragiunatt” in pensione, che cerca di rivivere momenti della propria gioventù.

Cominciamo col parlare dell’ambientazione, Milano e Lecco del XVII secolo. Sono stato, spesso, portato ad immaginare come fosse Milano all’epoca: la Porta Orientale (oggi Porta Venezia, il Lazzaretto, appena fuori la porta (tra l’odierno corso Buenos Aires e la stazione Centrale) e gli altri posti dove si svolse la rivolta del pane. Ho avuto la sensazione che le dimensioni della già importante città fossero, in rapporto alle attuali, quelle di un grosso paesone, che continuava a spopolarsi, per effetto di carestie e pestilenze, e ripopolarsi, con gente proveniente dalle province vicine. Ho pensato anche che la vita, al tempo, fosse spesso in bilico: bastava un’annata di cattivi raccolti per non trovare di che sfamarsi o il passaggio di un esercito di lanzichenecchi, per portare la peste e far morire più della metà della popolazione. La mirabile descrizione manzoniana del Lecchese, mi ha fatto venir voglia di una gita mirata, in posti vicini a casa mia e che conosco abbastanza, a riscoprire i luoghi di ambientazione di una grossa parte del romanzo. Ho sentito che, a Lecco, esistono visite guidate ai luoghi manzoniani (per quanto l’unico posto citato sia Pescarenico, dove si trova il monastero di Fra Cristoforo) e mi riprometto di farne presto una. Vicino al convento della Signora, Gertrude De Leyva, la Monaca di Monza, passo spesso, durante le mie passeggiate in centro.

Tra i personaggi, ho trovato Renzo molto affine a Paolino Paperino: fumantino, maldestro, naturalmente portato a cacciarsi nei guai. Sollecitato dalle persone amiche o dallo svilupparsi degli eventi, riesce, comunque, a cavarsi d’impiccio, mostrando le qualità di cui è dotato. Lucia, devota e onesta, mi è sembrata un po’ bacchettona, anche se occorre considerare il contesto storico. All’apparenza, sembra debole, ma mostra grande forza d’animo, come quando spinge, definitivamente, l’Innominato alla conversione al bene.

La magistrale descrizione della conversione dell’Innominato mi ha fatto guardare con empatia al personaggio. In fondo, è molto rassicurante pensare che anche i più empi possano cambiare vita, indipendentemente dal fatto che sentano o meno la chiamata di Dio. In periodi come quelli che stiamo vivendo, in cui la cattiveria è più diffusa che in passato, sarebbe bello che ci fossero percorsi, con le dovute proporzioni, analoghi a quello dell’Innominato. Altro personaggio positivo, rassicurante, è Fra Cristoforo, dal passato turbolento, ma sempre a disposizione degli ultimi, fino al sacrificio supremo nel lazzaretto, difensore degli umili dai frequenti soprusi dei potenti.

A proposito di potenti, don Rodrigo è il classico cattivo, che fa arrabbiare, con i suoi capricci, per realizzare i quali non esita a compiere le più truci nefandezze. Anche Don Abbondio mi ha indisposto per la sua estrema codardia, per la sua continua ricerca di rimedi alle situazioni di pericolo, anche le più remote. Un disprezzabile personaggio, codardo ed egoista, lontano dallo svolgere il ruolo che la sua funzione imporrebbe.

Ben altra levatura, pur considerando la diversa collocazione nella scala gerarchica ecclesiastica, mostra il cardinale Federigo Borromeo, personificazione della Divina Provvidenza, così presente nel romanzo. Uomo molto virtuoso, vero interprete del messaggio di Cristo, si prodiga nell’aiutare materialmente i poveri, attingendo senza tentennamenti al suo ingente patrimonio, ed è sempre aperto nei confronti di chi si rivolge a lui per lenire i tormenti dell’animo e incoraggiare il pentimento. Della Monaca di Monza mi ha colpito la sofferenza per le scelte forzate cui è stata costretta e la doppia personalità, in base alla quale compie sia atti caritatevoli, sia efferati delitti, a seconda della situazione.

La fase del romanzo che più mi ha colpito, per la sua analogia con le circostanze che stiamo vivendo in questi mesi, è quella della pestilenza. La descrizione che il Manzoni fa dell’epidemia, causata dalla discesa in Italia dei Lanzichenecchi, è assolutamente in linea con quanto stiamo vivendo a causa del covid. L’iniziale sottovalutazione della pestilenza, la caccia agli untori, la negazione della pandemia per motivi ideologici o legati alle paure per le conseguenze economiche, le discussioni tra i membri del Tribunale della Sanità (istituto in tutto simile al Comitato Tecnico Scientifico) sulle contromisure da intraprendere per fronteggiare l’epidemia, sono situazioni che non abbiamo ancora finito di vivere in epoca di covid 19. L’unica differenza è costituita dalla maggiore letalità della peste, aggravata dalla minor possibilità di trovare cure e strutture per fronteggiare la pandemia.

Alla fine, ho assaporato la lettura di questo romanzo molto più che ai tempi del liceo. Oggi più di allora, ho trovato noioso il continuo richiamo alla Divina Provvidenza per risolvere le situazioni problematiche. Non sono molto sensibile alle tematiche religiose e ho trovato questo frequente richiamo al trascendente troppo stucchevole. L’ho considerato una negazione delle capacità di progresso ed emancipazione dell’uomo, pur essendo consapevole che, in certe situazioni, il ricorso all’ultraterreno può avere effetti positivi in persone sensibili a questo tipo di tematiche.

Anche in questo caso ho voluto abbinare la lettura del libro alla visione, su RaiPlay, dello sceneggiato andato in onda nel 1967, che non ho ancora completato. Si tratta di una produzione di altri tempi, in bianco e nero e con una recitazione di tipo teatrale. Gli attori (incommensurabile Salvo Randone, nel ruolo dell’Innominato) erano tutti molto bravi, la fedeltà al romanzo assoluta e le voci fuori campo rendevano più fruibile lo sceneggiato e comprensibile la trama. All’epoca avevo nove anni e ricordo di aver visto con interesse tutte le puntate. Immagino che un ragazzino del XXI secolo, ormai corrotto da decenni di tv commerciale di infimo livello e più dedito a YouTube che al televisore, non si sognerebbe neanche di guardare un programma del genere. E questo, dal mio punto di vista, non è positivo.

5 pensieri riguardo “Appena (ri)letto – I Promessi Sposi – Alessandro Manzoni

  1. Ottimo rileggere classici che incontrammo da bambini sia a scuola che in casa.
    Per mio amore rivolto alla storia antica ho deciso di rileggere Eneide e Odissea che unirò alla più “recente” Divina Commedia (bella trappola mentale tra allegorie e riferimenti storici).
    Ogni età ha un suo livello/modalità di percezione. Queste opere le ho già rilette molti anni fa e sono cosciente che riprendendole noterò altro, nuovi o già esistenti messaggi risalteranno maggiormente mentre altri andranno in sottofondo.
    Sui Promessi Sposi ricordo di aver riflettuto come il mondo abbia perso occasioni e buttato ciclicamente antiche conoscenze utilissime in momenti di crisi come carestie, malattie, pratiche di igiene quotidiana che scoraggiano l’insorgenza di problemi sanitari. Così il parallelo dell’opera manzoniana lo feci già anni fa con l’Antico Egitto che in quanto a medicina, pratiche quotidiane di cura del corpo a prescindere dalle classi di appartenenza, fu grande precursore. Senza contare le pratiche di misura dei livelli del Nilo per prevedere le ondate di piena, stoccare di conseguenza gli alimenti a cominciare dai cereali, avviare opere di canalizzazione per far diventare fertili terre desertiche. Un patrimonio tecnico-scientifico in epoche successive bollato come eresia, stregoneria ecc, quindi da non seguire (soprattutto per la medicina e cura del corpo).
    Le emergenze nei Promessi Sposi sarebbero state affrontate meglio e anticipate nei rimedi dai figli del Nilo pre cristiano.
    Mi sono dilungato.
    Ottima idea la rilettura di opere complesse che parlano di storie e di mondi insegnandoci la vita o parte di essa, dal passato

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    1. Grazie per il tuo interessantissimo commento e buona lettura dei classici citati.
      Non so se mi imbarcherò anch’io nella stessa lodevole rilettura. Adesso sto leggendo una Breve Storia della Sicilia di John Julius Norvich, in promozione kindle da Sellerio. Lettura scorrevole, ma un po’ troppo breve. Niente a che vedere con la Storia della Sicilia Medievale e Moderna di Denis Mack Smith (tre tomi della Laterza), che mi aveva passato mio padre qualche decennio fa. Scorrevole anch’essa, ma più approfondita.

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