Ottobre, tempo di raccogliere le olive – La scoperta di un’eccellenza

Ricordo con nostalgia, per la verde età e per i legami familiari, purtroppo, recisi dallo scorrere del tempo, la raccolta delle olive, nel mese di ottobre, nel piccolo uliveto di famiglia, una ventina di alberi. Il modesto quantitativo di drupe, raccolte a mano da alberi sapientemente potati, assicurava, comunque, alla mia famiglia l’olio per tutto l’anno e, dopo il mio trasferimento in Brianza, anche un’adeguata fornitura per me, che costituiva uno dei pochi collegamenti gastronomici (insieme all’aglio rosso di Nubia) con la mia terra di origine.

Gli ulivi di mio padre erano tutti di varietà nocellara, tranne un albero di giarraffa, che fungeva da impollinatore e produceva delle ottime e grandi olive nere, da mettere sotto sale in un paniere di vimini, con un peso sopra. In pochi giorni le olive nere (passuluna) erano pronte per essere gustate in tutta la loro esplosione di sapori. La nocellara, cultivar autoctona in quella zona collinare, che va tra i fiumi Màzaro e Belìce, è un’oliva molto versatile: è molto adatta alla salatura, ma dà il meglio di sé nella produzione di un olio fruttato, con sentori di pomodoro verde e carciofo e un’acidità bassissima, caratteristica molto importante anche per la conservazione e il mantenimento delle caratteristiche organolettiche. La presenza di questa cultivar viene segnalata, dagli storici, sin dai tempi degli Elimi e dei Sicani, prima, e dei Selinuntini, poi, nel territorio di influenza della colonia greca, che andava dall’odierna Mazara a Eraclea Minoa. È una fortuna, e una testimonianza, che un prodotto così eccezionale sia ancora presente, ai giorni nostri, ad arricchire le nostre dispense e le nostre tavole.

Anche dopo la vendita del terreno sul quale dimorava l’uliveto di famiglia, ho continuato, per il tramite di parenti, a farmi spedire l’olio di nocellara, alternandolo, alla bisogna, con del buon olio ligure, della Riviera di Levante, zona che frequento spesso. L’anno scorso, ho provato l’olio dell’oliveto Sant’Elia, condotto, a dimensione familiare, dai miei amici, i fratelli Pugliese, nelle fertili colline sopra Mazara del Vallo. È stata una grande scoperta, perché ho ritrovato gusto e sapore dell’olio, genuino, sano ed eccellente, di mio padre. Si trattava di un blend di biancolilla e nocellara, caratterizzato da un fruttato deciso, ma, allo stesso tempo, delicato. Un olio insuperabile, a crudo, per condire le saporite pietanze della cucina mediterranea. L’ho consumato nel corso dell’anno, centellinandolo, usandolo come olio delle occasioni, nel timore di restare senza questo prodotto di altri tempi.

L’olio è prodotto da olive ancora verdi, molite entro ventiquattro ore dalla raccolta, estratto a freddo. Tutto fatto come si deve, per ottenere un risultato eccellente, nel solco della tradizione. Mi è giunta notizia che, da quest’anno, l’Oliveto Sant’Elia, ha affiancato al blend, un nocellara monocultivar, che ho già provveduto a prenotare. Sono impaziente di provarlo e, conoscendo la qualità dei loro prodotti, sono sicuro che sarà un olio fantastico.

Da consumatore di olio di qualità, vi ho voluto raccontare il mio rapporto, anche affettivo, con questo sublime condimento e mi sono permesso di segnalare questi piccoli produttori, con lo spirito di testimonianza e di condivisione che la bontà, la genuinità, l’autenticità e la passione meritano. Per informazioni, vi lascio i riferimenti dell’Oliveto Sant’Elia (https://olivetosantelia.com/).

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