Visto al cinema – La Scuola Cattolica

Film tratto dall’omonimo e premiato romanzo di Edoardo Albinati, che descrive la vita di una scuola privata di ispirazione cattolica, negli anni settanta, focalizzandosi sul delitto del Circeo, perpetrato da alcuni alunni dell’istituto.

La scuola è frequentata solo da ragazzi maschi di famiglie agiate, che preferiscono la rigida educazione impartita dai preti al supposto caos della scuola pubblica, alla ricerca di una formazione che permetta ai loro rampolli, spesso viziati, di trovare posto nella società che conta.

La prima cosa che mi ha colpito è stato il rapporto delle famiglie con la scuola. Genitori indaffarati si fanno forti della retta e degli ingenti contributi elargiti per far sì che vengano perdonate le malefatte e le mancanze dei figli. L’ambiente scolastico è sì austero ed esclusivo, ma mostra uno spaccato di umanità marcia nel quale proliferano le violenze, le sopraffazioni, l’omertà, i riferimenti al fascismo e al nazismo. Perfino nel corpo docente, nel solco del tradizionale predicare bene e razzolare male, si notano comportamenti non consoni al ruolo e allo status, che scatenano ricatti e conseguenti accomodamenti. Un focus particolare è puntato sul rapporto con le ragazze e con la sessualità in generale.

In questo contesto, ho faticato a trovare un protagonista prevalente, perché il centro della scena si spostava di continuo da un ragazzo all’altro, ognuno con le sue forze, le sue debolezze, le sue passioni, le sue perversioni. Forse la figura che più spicca è quella di Edoardo, alter ego dell’autore del romanzo, anch’egli ragazzo alla metà degli anni settanta e alunno di una esclusiva scuola privata. Ciò fino a quando non si entra nel vivo della storia su cui è incentrato il film: il massacro del Circeo, fatto di sangue che chi ha, all’incirca, la mia età o oltre, ricorderà bene per l’efferatezza mostrata dagli assassini. Due ragazze, attirate in una villa al Circeo da due ragazzi della Roma bene, furono sottoposte a sevizie fino alla morte di una di esse. Credendo che fossero morte tutte e due, gli aguzzini avevano caricato i corpi delle povere ragazze nel bagagliaio di una macchina, che avevano posteggiato in una via di Roma, in attesa di sbarazzarsene. Una delle due ragazze, che era ancora viva, era riuscita ad attirare l’attenzione di un passante, che aveva dato l’allarme, facendo venire alla luce l’orrendo misfatto.

Il film mi è sembrato ben fatto e ben interpretato, con alcuni pezzi da novanta (Gifuni, Golino, Scamarcio, Trinca, Cervi) impegnati in ruoli di secondo piano. Devo, però, confessare che non mi ha entusiasmato, non è riuscito a catturarmi, anche se ha offerto spunti di riflessione. La pretesa, accreditata da alcuni, di voler offrire uno spaccato del complicato periodo degli anni settanta, mi è sembrata non rispettata. La visione offerta è parziale e limitata ad un certo ambiente ristretto, nel quale si muovono alcuni soggetti con il culto della violenza e seguaci di ideologie politiche nefaste, circostanza, quest’ultima, appena accennata. In questa storia ho visto i prodromi dello sviluppo dell’attuale pensiero imperante, basato sull’individualismo, sulla libertà personale, intesa come possibilità senza freni di fare il cavolo che si vuole, in ogni campo, anche in spregio a interessi e necessità della collettività. Ed è triste pensare che del patrimonio socioculturale degli anni settanta, pur con tutti i suoi limiti e deviazioni, sia rimasto poco, mentre sono sopravvissuti aspetti e comportamenti, legati anche al neofascismo, di prevaricazione del forte sul debole, violenza, fisica e verbale, negazione dei diritti dell’altro.

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