Visto al cinema – C’mon C’mon

Il ritorno sul grande schermo di Joaquin Phoenix, dopo Joker, era un motivo sufficiente per dedicare la serata al cinema a questo film. La scelta si è rivelata azzeccata, perché il lungometraggio mi è sembrato un esempio di ottimo cinema, con l’affascinante bianco e nero, una notevole fotografia, interpretazioni di alto livello. Peccato che il film sia stato un po’ “pesante”, a volte ripetitivo, in sostanza, ostico.

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Visto al cinema – Coda – I Segni del Cuore

Incuriositi dai tre premi vinti agli ultimi Oscar, siamo andati a vedere questo remake di una pellicola francese, La Famiglia Bélier, del 2014. Non avendo visto l’originale, di cui avevo solo sentito parlare, non so fare un paragone tra le due opere e mi affido ai lusinghieri giudizi della critica per questo remake e al consenso riscosso dal pubblico.

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Visto al cinema – Il Ritratto del Duca

Godibile film di Roger Michell, con un cast di attori, che non conoscevo, molto bravi e ben calati nella parte. L’opera, tratta da una storia vera, offre, con il sorriso sulle labbra, uno spaccato dell’Inghilterra periferica degli anni ’60, con le sue problematiche e l’umanità della sua gente. Ho conosciuto delle persone di Newcastle, i cosiddetti Geordie, e ho trovato, nei personaggi del film, la loro esatta rappresentazione, con quel pizzico di ironica follia e di scanzonata apertura alla vita che li caratterizza.

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Visto al cinema – Belfast

Bel film, come testimoniano i numerosi e prestigiosi premi conseguiti, del regista nordirlandese Kenneth Branagh, uscito nel 2021 e, in queste settimane, proiettato nei nostri cinema. La storia, parzialmente autobiografica, è incentrata su Buddy, ragazzino protestante nella Belfast del 1969. Buddy vive, con la sua famiglia, in un quartiere operaio, dove risiedono, senza problemi, cattolici e protestanti. Il padre lavora in Inghilterra, come carpentiere, e torna a casa ogni due settimane. Ad un certo punto, fomentati dai fanatici violenti, iniziano gli scontri religiosi, che mettono in crisi Buddy, che ha una simpatia per una ragazzina cattolica, e suo padre, cui è richiesto un certo attivismo nelle lotte religiose. L’uomo, contrario alla discriminazione e alla violenza, si rifiuta di partecipare agli scontri e comincia a maturare l’idea di emigrare, con la famiglia, a Londra, dove gli hanno promesso un buon posto di lavoro e numerosi fringe benefit. Per i componenti della famiglia, mai usciti da Belfast e attaccati al loro mondo, la scelta non sarà facile.

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Visto al cinema – Leonora Addio

A tre anni dalla scomparsa del fratello Vittorio, Paolo Taviani torna, in solitario, dietro la cinepresa, con questo film in concorso, unico tra gli italiani, al festival di Berlino. Il film è dedicato al fratello scomparso e, tema non nuovo, riguarda il mondo pirandelliano. Non è la prima volta, infatti, che Taviani propone, sul grande schermo, temi e storie legati allo scrittore agrigentino. I film Kaos e Tu Ridi, diretti con il fratello, si ispiravano alle opere di Pirandello, ma, in questo caso, il drammaturgo diventa, egli stesso, protagonista della trama.

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Visto al cinema – Il Discorso Perfetto

Riduzione cinematografica di un lavoro teatrale, tratto da un romanzo francese di successo. Il trentacinquenne imbranato, ma romantico, e ipocondriaco Adrien sta vivendo un momento difficile, perché la sua compagna gli ha chiesto la classica pausa di riflessione e non si sentono da un po’. Il ragazzo le invia un messaggio e resta in trepida attesa della risposta, proprio mentre è impegnato in una cena di famiglia, durante la quale il futuro cognato gli chiede di fare un discorso al suo imminente matrimonio con la sorella di Adrien. Il giovane è terrorizzato al solo pensiero e comincia ad immaginare tutte le modalità di svolgimento del discorso, in un vero e proprio viaggio mentale. Nello stesso tempo rivive i traumi e le cose belle del suo passato, riflette sui rapporti con i familiari e attende, un po’ timoroso, un po’ speranzoso, il messaggio della compagna, che potrebbe farlo felice.

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Visto al cinema – È Stata la Mano di Dio

Ho visto qualche film di Sorrentino, di sicuro Le Conseguenze dell’Amore, Il Divo e This Must Be the Place, ma il rapporto si è interrotto con il pluripremiato La Grande Bellezza. Ho provato a guardarlo almeno tre volte, a casa, non riuscendo ad andare oltre i primi venti minuti, dopo i quali, tremendamente annoiato, mi sono addormentato. Da allora mi ero tenuto lontano dalle estrose opere del regista partenopeo, a causa del senso di autoreferenziale bizzarria che trovavo mi trasmettessero. Dopo aver visto il trailer e letto la trama, ho deciso di dare l’ultima chance a Sorrentino, andando a vedere questo film, convinto che dovessi sforzarmi di superare la ritrosia nei confronti del suo cinema, consapevole del fatto che ci fosse del genio che io, semplice spettatore, non particolarmente competente in materia, non riuscivo a cogliere.

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Visto al cinema – Scompartimento n. 6

Film del regista finlandese Juho Kuosmanen, simpatico nella presentazione della proiezione, ha vinto un premio speciale della giuria all’ultimo festival di Cannes. L’opera, tratta dall’omonimo romanzo, narra di un amore nato nello scompartimento di un treno, ma non lo fa in modo banale, secondo i canoni della commedia sentimentale, bensì in maniera più introspettiva, attenzione al vissuto e ambientazione non certo idilliaca.

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Visto al cinema – Il Colore della Libertà

Film del 2020, diretto da Barry Alexander Brown, storico montatore delle opere di Spike Lee, che qui svolge il ruolo di produttore esecutivo. La trama si basa sul libro di memorie di Bob Zellner, personaggio protagonista del film e attivista, da uomo bianco del sud degli USA, del movimento per i diritti civili. Siamo nei primi anni ’60 del secolo scorso, da poco Rosa Parks è stata arrestata per aver occupato un posto sul pullman riservato ai bianchi ed essersi rifiutata di liberarlo e sono in corso le manifestazioni dei Freedom Riders.

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Visto al cinema – The French Dispatch

Un film molto particolare, di quelli che qualcuno può amare, al contrario di altri, che potrebbero non gradire. Avendo già visto Gran Budapest Hotel, la cifra stilistica di Wes Anderson, regista dell’opera, non mi ha colto di sorpresa, come è successo a mia moglie, cui il film non è piaciuto. Penso che un lavoro così avrebbe bisogno di essere metabolizzato, per poterlo apprezzare.

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