Verona non è razzista

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La prima cosa che mi viene da dire, da nemico delle generalizzazioni e assertore delle responsabilità individuali, è che Verona non è razzista. Così sgombriamo il campo da polemiche che potrebbero essere sollevate ad arte da chi, veramente razzista, antisolidale, fascionazista, mortificatore del concetto di essere umano, mischia le carte per sminuire, se non difendere, i vergognosi accadimenti di domenica che, peraltro e purtroppo, non costituiscono una novità al Bentegodi. Verona è una bella città, piena di gente che lavora e produce, ricca di storia e costituisce un vanto per tutto il paese.

Un appunto, però, che mi sento di muovere all’ambiente calcistico, e non solo, veronese riguarda la minimizzazione, se non negazione, di quanto accaduto. Premetto che, sulla base di quanto riportato da resoconti giornalistici e testimonianze, non dovrebbero esserci dubbi che, in tanti o in pochi, hanno indirizzato a Balotelli cori razzisti. Ribadisco che le responsabilità sono individuali e che tali atteggiamenti minimizzatori sono attribuibili per lo più a persone da cui te lo aspetti (viste le presenze inquietanti sugli spalti testimoniate dalla foto in alto), ma mi dà fastidio che la società Hellas Verona non prenda posizione contro queste vergogne. Va detto che la società del Verona non è l’unica in Italia a mostrare “timidezza” di fronte a questi accadimenti, forse perché alcuni settori della tifoseria fanno paura alle società, anche se si trova chi reagisce senza timore né remore. Mi dà fastidio anche il mancato intervento degli organi preposti, Federazione in primis, per ribadire la condanna, non solo a parole, di chi si renda protagonista di manifestazioni di razzismo, discriminazione territoriale e di ogni altra schifezza cui oggi ci tocca assistere. Accenno soltanto alla notizia per la quale alcuni consiglieri hanno presentato al presidente del Consiglio Comunale di Verona una mozione con la quale si chiede di denunciare per diffamazione Balotelli. Negli ultimi tempi, la politica si riduce troppo spesso a queste forme di speculazione su concetti e logiche di esasperata ed esagerata contrapposizione, utilizzati come armi di distrazione di massa finalizzate all’ottenimento di facile consenso.

Una reazione di ben altro tenore e, secondo me, encomiabile è quella della società Aurora Desio a seguito del recente episodio che ha visto la mamma di un bambino di dieci anni, che giocava nella squadra avversaria (Sovicese), apostrofare dagli spalti con un epiteto prima maleducato e poi razzista (ne..o di m.) un proprio piccolo giocatore di colore. La Società Aurora ha emesso una nota di condanna dell’accaduto, ed ha annunciato, oltre all’avvio di laboratori contro il razzismo, che nelle prossime partite i propri giocatori si dipingeranno il volto di nero e che si rifiuteranno di giocare contro la Sovicese finché non sarà stata individuata, e punita con un daspo dai campi giovanili, la persona responsabile dell’epiteto. Il comunicato si conclude affermando che “l’unica razza che conosciamo è quella umana”.

Tra i commenti letti sui social, a parte quelli del capo ultras veronese che non meriterebbe neanche di essere citato per quanto è stupidamente odioso, alcuni fanno notare come vengano messi in risalto solo gli insulti razzisti e non quelli più “generici” nei confronti di giocatori bianchi e che ciò costituirebbe anch’esso una forma di razzismo (al contrario). Insomma, dicono, non è una forma di razzismo dare risalto sui giornali alla vicenda di Balotelli mentre nessuno si fila gli insulti ai giocatori non di colore? Queste forme di benaltrismo, alla fine, tendono a minimizzare il problema, a riportarlo nel filone, ormai ideologico, degli immigrati trattati con i guanti mentre gli autoctoni sono abbandonati a sé stessi. Non ci si rende conto che questa contrapposizione, questa guerra tra poveri, è artificiosa e finalizzata a “solleticare la pancia” dell’elettorato. Il vero conflitto è quello generato nella società tra chi fatica a raggiungere la fine del mese, ad organizzare la propria vita, e chi sviluppa i propri affari sfruttando le debolezze sociali per aumentare i profitti.

In fondo, la situazione attuale non è altro che il risultato, prima, dello “sdoganamento” di forze politiche che si rifanno al fascismo avvenuto nel periodo berlusconiano e, poi, dell’amplificazione del problema degli immigrati ben oltre le sue reali dimensioni allo scopo di creare uno stato di “guerra” per poi pescare nel torbido. Ci rendiamo conto di come, a qualsiasi livello, le discussioni siano diventate aspre, come le parole trasudino odio, come si cerchi di mortificare l’avversario (perfino in partite di calcio dei pulcini) con epiteti di cui ci si dovrebbe vergognare? Bisogna ristabilire i paletti determinati dalla Storia, con la condanna, senza se e senza ma, delle ideologie dell’odio e la pratica della crescita sociale come emancipazione del paese intero.

 

Ancora su Joker: adesso è virale

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E alla fine il personaggio del film di Todd Philipps è diventato virale. Da qualche giorno, a Beirut, si manifesta contro il regime al governo, accusato di essere corrotto, e contro il carovita e le condizioni di povertà in cui versa una larga parte della popolazione. A protestare sono, soprattutto, i più giovani e tra di essi parecchi hanno dipinto il viso con le sembianze del Joker cinematografico. Da un lato l’uso della maschera di Joker ha lo scopo di rendere i manifestanti non riconoscibili, ma dall’altro è chiaro il riferimento ai tumulti di Gotham City. Certe foto delle manifestazioni in Libano rimandano chiaramente ad alcune scene del film. C’è da sperare che non ci siano omicidi come nella rappresentazione cinematografica e che i manifestanti possano ottenere i miglioramenti richiesti senza spargimenti di sangue.

 

Joker tra le fiamme di Beirut – Huffington Post

Leopolda, affiorano le affinità

Giornata di Leopolda 10, quest’anno convention costitutiva del nuovo movimento degli italoviventi. Il grande capo riprende la battaglia contro quota 100, ritenendola un’ingiustizia, un furto nei confronti di giovani e famiglie. Chissà che la guerra in Siria ed il global warming non siano stati scatenati, anch’essi, da quota 100. Mi piacerebbe vedere tanta determinazione nel richiedere una decisa ed efficace lotta all’evasione fiscale e contributiva.

Mi chiedo come potrebbe essere un furto andare in pensione ricevendo un assegno commisurato ai versamenti effettuati, che poi costituiscono un credito e non la richiesta di un sussidio a fondo perduto. Si dice che i pensionandi andrebbero  con il sistema retributivo: la mia opinione è che i retributivi puri siano già andati (o abbiano già maturato i requisiti) nel 2019 e che quelli che potrebbero andare nel 2020 siano quasi tutti destinatari del regime misto, con larga prevalenza del contributivo. L’assegno sarebbe quindi, in larga parte, commisurato ai versamenti. Non dimentichiamo, inoltre, che parecchie persone hanno già stipulato accordi con i datori di lavoro per andare in pensione e diventerebbero automaticamente degli esodati. Mi chiedo se i problemi che potranno avere i giovani al momento della pensione non siano più legati all’ingresso ritardato nel mondo del lavoro, alle loro carriere discontinue ed alle basse retribuzioni, piuttosto che a quanti “anziani” andranno con quota 100.

Ma, si sa, i politici di centrodestra usano la tattica del trovare un nemico e continuare ad attaccarlo fino allo sfinimento. Fece così (anzi fa ancora così) Berlusconi con i “comunisti”, fa così Salvini con gli immigrati….. fa così Renzi con quota 100.

Comunque, l’intemerata su quota 100 me l’aspettavo, così come la retorica sulla famiglia di stampo neo-democristiano e l’esaltazione degli 80 euro. Non mi aspettavo che avvenisse così presto la sovrapposizione di Italia Viva su Forza Italia, anche se le parole al miele sulla Carfagna lo lasciavano pensare. Il compimento dell’opera di avvicinamento si è realizzato con le parole di Maria Elena Boschi che ha definito il PD come il partito delle tasse. Se non avessi letto Boschi, avrei pensato alla solita intervista a Maria Stella Gelmini. Tale comunanza lessicale, oltre al resto, lascia prevedere una convergenza a breve con la costituzione di un grande centro, sbilanciato a destra, a riempire il vuoto lasciato dalla DC e mai colmato da Berlusconi, concentrato com’era su altri problemi di natura più diretta. Il risultato sarà all’altezza delle aspettative? Vedo molta gente incazzata in giro che non sarà facile ammansire con promesse e politiche in stile DC.

Un suggerimento a Italia Viva per il prossimo slogan: “Meno Tasse per Tutti!!”. Però, mi pare di averlo già sentito.

 

Il sabato nero del 16 ottobre 1943

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Tra le notizie lette in questi giorni, una di quelle che mi ha colpito di più è stata la  ricorrenza del rastrellamento degli ebrei nel Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943. A colpirmi di più, al punto da indurmi a scrivere queste poche e indegne parole, è stato il quasi assoluto silenzio che ha avvolto la ricorrenza. Capisco la concomitanza con la definizione della manovra economica, ma constatare che molte discussioni vertevano su tale Ciccio Gamer a seguito della domanda di un “acutissimo” giornalista alla prof. Fornero in un talk-show, mentre il ricordo dello scempio perpetrato in quel sabato del 1943 passava quasi sotto silenzio, mi ha fatto incazzare.

Ricordiamo, brevemente, cosa successe in quei giorni. Nel settembre 1943, il comandante delle SS di stanza a Roma occupata ricevette l’ordine, da Himmler in persona, di organizzare un’operazione a sorpresa per trasferire gli ebrei della capitale italiana in Germania, dove sarebbero stati liquidati. Come prima cosa Kappler si fece consegnare 50 kg d’oro dagli ebrei del ghetto, promettendo loro in cambio l’incolumità. In effetti il tenente colonnello nazista inviò l’oro in Germania chiedendo di soprassedere alla deportazione, ma ricevette l’ordine di procedere comunque. Il 14 ottobre fu predisposto il censimento degli ebrei romani e l’individuazione dei loro domicili, con la collaborazione dei fascisti italiani, e il successivo 16 ottobre, all’alba, cominciò il rastrellamento.  Il quartiere fu accerchiato e, alla fine, furono fermate 1.259 persone, comprese quelle catturate al di fuori del ghetto. Alcuni, di sangue misto o stranieri, furono rilasciati e 1.023 persone, dopo la cernita, furono portati alla stazione Tiburtina e caricati su dei carri bestiame. Il convoglio partì per Auschwitz il 18 ottobre. I sopravvissuti, alla fine della guerra, furono solo 16.

Quando ci si accapiglia per questioni d’attualità, spesso prendendo posizione per meri interessi di bottega da perseguire attraverso l’acquisizione di visibilità, bisognerebbe avere il buon senso di trovare il tempo per ricordare gli orrori avvenuti in periodi, tutto sommato, non lontani dal nostro, perché tale ricordo, la memoria, funga da monito affinché non abbiano più a verificarsi. Anche alla luce del fatto che in questi giorni assistiamo, per esempio, al massacro dei curdi in Siria a testimonianza del fatto che spesso dimostriamo, come genere umano, di non aver imparato dagli errori del passato.

La memoria e la testimonianza sono importanti. L’anno scorso, all’incirca di questi tempi, mi aggiravo per il ghetto di Roma insieme ad amici e l’aver visto i luoghi dell’orrore e le lapidi a ricordo del rastrellamento mi ha molto colpito e fatto riflettere. Ecco: la memoria serve per riflettere, cosa che facciamo sempre più di rado, impegnati come siamo, con superficialità, nei piccoli problemi del quotidiano.

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Si può dire anche in italiano?

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Mi sono, quasi casualmente, imbattuto in un tweet che riproponeva e commentava il filmato di cui al link sotto. E’ molto divertente, ma fa anche riflettere su come l’abusato utilizzo di termini inglesi in voga ai nostri tempi sia non necessario e determinato solo dalla voglia di “darsi un tono”.

Nella società odierna, dove spesso l’immagine vale più della sostanza, un tratto distintivo della comunicazione è costituito dall’uso (che potrei definire ad mentula, rischiando di ricorrere anch’io alle lingue straniere, ammesso che il latino sia tale) di termini inglesi anche quando non è necessario. Non vorrete mica fare il paragone tra il triste ed obsoleto termine “Direzione del Personale” ed il moderno e perfino rassicurante “Human Resources” (che, nelle riunioni tra quelli che capiscono, si abbrevia in “eic ar”)?

Esempi di termini inglesi usati tanto per fare scena ce ne sono a bizzeffe ed il filmato di cui al link ne elenca parecchi. Potrei anche farmene una ragione e non farci caso, ma mi lascia molto perplesso il fatto che non si guardi più ai contenuti, a quello che si dice, alla pertinenza di un discorso rispetto alla situazione. Si pronunciano termini di cui, probabilmente, non si conosce a fondo il significato e ci si gonfia il petto come tacchini orgogliosi del proprio eloquio.  Qualcosa di simile avviene con le slide che vengono presentate alle conferenze, ai consigli di amministrazione, ad assemblee varie: numeri ben disposti e più o meno evidenziati (quasi come se si volessero reclamizzare), grafici assolutamente inutili per riproporre il contenuto di tabelle, colori accattivanti. Poco importa se le cifre sono manipolate e non danno il quadro della situazione: l’importante è fare scena, nella convinzione di poter persuadere l’interlocutore.

Forse ho esagerato, specialmente considerando che sono da sempre favorevole alla mescolanza delle culture, al dialogo tra le popolazioni. L’unica cosa in cui mostro sciovinismo è la cucina: non riesco ad apprezzare i cibi degli altri paesi e prediligo il cibo italiano, dalle Alpi a Pantelleria. Mi seccherebbe, in un ristorante, che ne so, di Roma, sentire un cameriere che mi propone le “roman meatball” (per inciso ho appena scoperto che esistono, in Italia, dei ristoranti che si chiamano Meatball Family).

P.s.: mi sono accorto di aver usato termini inglesi come tweet e link. Il primo, credo, non sia traducibile, se non alla lettera (cinguettio?); il secondo è decisamente più pratico del termine “collegamento ipertestuale”. Chiedo scusa, ok?

 

In italiano, per favore

Pensioni e quota 100

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Dopo le precisazioni tranquillizzanti subito dopo l’insediamento del nuovo governo giallo-rosé (rosso proprio no!), il dibattito è tornato, in queste ore, ad accendersi sul discusso provvedimento della precedente alleanza Lega-M5S che ha introdotto la possibilità di andare in pensione con i requisiti minimi di 38 anni di contributi e 62 di età.

Il “polverone” è stato sollevato dagli esponenti di Italia Viva, in coerenza con il loro ruolo di principali rottamatori dei diritti dei lavoratori (infatti, me lo aspettavo) degli ultimi lustri, che mi hanno dato la sgradevole sensazione di sparare nel mucchio per acquisire visibilità, per segnare il territorio ergendosi a paladini dei giovani dimenticandosi (toh!) che hanno loro riservato, nel tempo, provvedimenti legislativi che hanno aumentato la precarietà ed eroso diritti e retribuzioni.

Si tratta principalmente di schermaglie, per smarcarsi dagli alleati, nel teatrino che hanno messo in piedi dove governano insieme, ma gli uni contro gli altri per non apparire succubi delle politiche dei compagni di viaggio.

Si segnala, giustamente, che quota 100 non è il superamento della legge Fornero perché ci sono parecchie categorie di lavoratori che rimangono fuori dalla possibilità di usufruire del pensionamento anticipato in presenza di situazioni meritevoli di attenzione. In poche parole, un provvedimento tampone con diversi punti deboli. Probabilmente quota 100 era la misura meno dispendiosa dal punto di vista delle risorse e più semplice da adottare per poter piantare la bandierina sull’obiettivo abolizione della Fornero. Un po’ come l’analoga “abolizione della povertà”, affermazione di stampo propagandistico.

I renziani attaccano affermando che è un provvedimento iniquo nei confronti dei giovani e degli altri lavoratori, che costa tanto, che aiuta chi non ha bisogno, che sottrae risorse ad altre priorità, che non crea nuovi posti di lavoro: tutto fa brodo! A parte il riscaldamento globale ed i conseguenti tifoni, il resto è causato da quota 100.

Il primo principio informatore delle critiche portate dagli alfieri del neo-liberismo (però con le chiappe degli altri) Italoviventi, è la necessità di lavorare e produrre PIL fino alla totale consunzione del prestatore. Non è contemplato che le persone possano operare scelte alternative come curare sé stessi, coltivare le proprie passioni e aspirazioni, dedicarsi alla famiglia dopo averla trascurata per 38 anni. Non è previsto che le persone, pagando un prezzo per le proprie scelte, possano decidere di cambiare vita attingendo ai versamenti effettuati nel corso degli anni.   E qui è necessario fare delle considerazioni: 1) l’assegno pensionistico di chi usufruisce di quota 100 è più basso per il fatto che sono stati versati minori contributi e che il trattamento è calcolato, in larga parte, con il sistema contributivo. Da ciò discende la conseguenza che chi non ha necessità di reddito impellenti, verosimilmente, non andrà in pensione con quota 100 per non perdere centinaia di euro al mese (con 62 anni di età e 38 di contributi si percepisce una pensione, all’incirca, del 60% dello stipendio). Un ulteriore disincentivo è il divieto sostanziale di lavorare per “arrotondare” il magro assegno. Chi si trovi in stato di disoccupazione o viva una situazione lavorativa insoddisfacente (certe volte strumentalmente provocata dal datore di lavoro) o, semplicemente, sia stanco trova in quota 100, al prezzo di un assegno pensionistico più basso, una via di uscita; 2) la pensione percepita non è un regalo dell’INPS, ma la restituzione delle cifre accantonate dal lavoratore, anche tramite il datore di lavoro, nel corso degli anni. Chi va in pensione, specialmente con una quota contributiva importante, non ruba niente a nessuno, tantomeno ai giovani, e ottiene la restituzione dei propri versamenti, se vive quanto previsto dagli statistici. I giovani devono prendersela con il sistema economico e con la politica che gli hanno riservato carriere discontinue per la precarietà e stipendi più bassi rispetto ai loro genitori, penalizzando, in tal modo, la maturazione dei requisiti e la costituzione del montante contributivo. E se i nuovi posti di lavoro creati dal mini esodo dei quotacentisti non sono tanti quanti se ne prospettavano (altra propaganda: 3 nuovi posti per ogni pensionato), considerino che qualcosa si è comunque mosso nel settore privato, nonostante la congiuntura negativa, e che nel pubblico i tempi necessari per le sostituzioni sono, generalmente, dilatati.

Le critiche a quota 100 devono riguardare la platea ristretta di utilizzatori e quella casualità che si percepisce nei requisiti (perché a 64 anni e 36 di contributi non si può andare?). Tutte le altre discussioni sono indirizzate a sbertucciare l’avversario politico (che nel caso di Salvini, tra l’altro, se lo meriterebbe anche), a dismettere i suoi provvedimenti ora che non è più al governo, con un cinismo che mette davanti a tutto gli interessi della parte politica a scapito di scelte, per certi versi, di “civiltà”, e del buon senso di cui dovrebbe essere dotato chi governa. Si tratta, quindi, di dispetti tra coinquilini del “palazzo” sulle spalle dei cittadini che, ritenendo che in un paese civile non si possano cambiare le regole ogni nove mesi, hanno aderito ad offerte di incentivo all’esodo e lasciato il lavoro, hanno speso, da disoccupati, decine di migliaia di euro per riscattare gli studi universitari e raggiungere i requisiti. Cosa diranno a queste persone, che era tutto uno scherzo? Si rendono conto che si aprirà un’altra questione esodati? Se non erro, i parlamentari possono percepire il trattamento pensionistico a 60 anni e, quindi, non credo siano in grado di dare lezioni. Vuoi vedere che mi fanno diventare qualunquista e populista?

 

Perché l’imposta patrimoniale non deve essere considerata un tabu

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Nel dibattito politico attuale, ma anche negli anni scorsi, il ricorso a delle imposte di tipo patrimoniale è sempre stato agitato come uno spettro, qualcosa da evitare o da chiamare, come è tipico della politica, con un altro nome. A ben guardare, piuttosto recentemente, imposte di tipo patrimoniale sono state introdotte: mi viene in mente l’imposizione sui conti correnti e sui depositi titoli. E con terrore viene ricordato il prelievo notturno sui conti correnti da parte del governo Amato nel 1992. In effetti i prelievi alla cieca sono odiosi e non possono essere giustificati, secondo me, neanche in momenti di estrema difficoltà. Il “furtarello” del 1992 non solo non era progressivo, ma neanche proporzionale, basandosi solo sulla giacenza del conto corrente, che poteva essere assolutamente transitoria.

Anche l’elettorato in genere risulta essere molto sensibile sull’argomento patrimoniale ed anche sull’aumento delle imposte indirette (l’IVA, per esempio), argomentando che la prima colpisce dei beni acquistati con redditi già tassati, mentre la seconda è proporzionale e colpisce ricchi e meno abbienti nello stesso modo. Tali osservazioni sono, secondo me, fondate, come anche le argomentazioni che paventano effetti in termini di fuga di capitali all’estero (per la patrimoniale) e di riduzione dei consumi (per l’IVA).

Sul fronte delle imposte indirette, però, un lieve aumento delle stesse come contropartita di una diminuzione di quelle dirette (quelle sul reddito, per intenderci) potrebbe costituire un atto di equità, specialmente in un paese come l’Italia dove spesso i redditi non vengono correttamente dichiarati. Inoltre, le imposte indirette potrebbero essere utilizzate per indirizzare i consumi verso comportamenti, per esempio, più “green”.

Per quanto riguarda le imposte sul patrimonio, il problema della doppia tassazione (in sede di produzione del reddito, prima, e  per il possesso dei beni, dopo) potrebbe essere risolto detraendo dall’imponibile ai fini della patrimoniale gli importi già sottoposti a tassazione in precedenza (i redditi dichiarati, i beni ereditati come risultanti dalla dichiarazione, le rendite finanziarie già tassate, etc.). L’Agenzia delle Entrate non dovrebbe incontrare difficoltà, perlomeno per gli ultimi venti anni, nel reperire le informazioni necessarie. In questo modo il problema della doppia tassazione sarebbe risolto e si compirebbe un atto di giustizia fiscale facendo pagare le tasse a chi, in passato, ha evaso e, magari, detiene un patrimonio consistente. Probabilmente, in tale maniera, si eviterebbe anche di colpire i cosiddetti “evasori per necessità”.

Perché nessuno ci ha mai pensato, se potrebbe essere così semplice? Probabilmente la lotta all’evasione è più gridata che praticata per meri interessi elettorali. Nulla di nuovo sotto il sole.

Taglio dei parlamentari

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La Camera dei deputati ha appena approvato il taglio dei parlamentari: la stessa Camera sarà composta da 400 deputati (erano 630), il Senato conterà 200 membri elettivi (erano 315).  Il nuovo assetto è passato al vaglio della Camera con un’ampia maggioranza, ma si sentono parecchie voci di dissenso all’interno delle forze politiche che hanno approvato la riforma.

Secondo me, i parlamentari sono stati costretti a votare per la riduzione perché un voto contrario, nel clima di scarso appeal della politica tra la gente, sarebbe stato impopolare e avrebbe significato perdere parecchi voti. Una volta licenziata la riforma, mi aspetto dei colpi di coda dei dissenzienti che cercheranno di ridurne la portata. Non sarebbe una novità.

L’aspetto su cui vorrei riflettere riguarda i timori espressi, anche da esponenti di sinistra (area cui faccio riferimento), riguardo alla paventata mutilazione della democrazia derivante da una rappresentatività che sarebbe ridotta per effetto del minor numero di parlamentari. Di sicuro, occorrerà ridisegnare con attenzione i collegi per fare in modo che anche piccole, ma peculiari, porzioni del nostro paese possano vedere rappresentate le loro legittime istanze e, probabilmente, una legge elettorale proporzionale risponde meglio a tale esigenza. Non vedo però, nella riduzione dell’elettorato passivo, un vulnus democratico anche alla luce del fatto che altri paesi, con democrazie più consolidate e meglio funzionanti della nostra, hanno un numero di parlamentari inferiore all’Italia. E se è fondata l’osservazione che i risparmi saranno irrisori, sarebbe auspicabile che alla riforma appena varata fossero affiancate altre innovazioni costituzionali che vedano la riduzione degli organi legislativi e amministrativi attualmente operanti in modo da rendere il risparmio più consistente e più incisiva ed efficace l’attività della nostra classe politica.

In poche parole, non vedrei male l’abolizione (vera, non quella pasticciata di matrice renziana) del Senato ed anche delle Regioni, oltre che delle Provincie, lasciando, al limite, un organismo intermedio snello e con competenze chiare e ben delimitate, tra lo Stato e i Comuni. Tale configurazione avrebbe il vantaggio, oltre al risparmio derivante dalla diminuzione delle “poltrone”, di avvicinare la politica al cittadino in modo che le esigenze di quest’ultimo possano essere meglio interpretate e soddisfatte. Per questo motivo non vedo nella riduzione del numero di soggetti intermediari tra potere legislativo/amministrativo e cittadini un attentato alla democrazia. Con riferimento all’attuale operatività delle camere, non è populismo demagogico chiedersi perché, al netto delle attività svolte in altri organismi, spesso le assemblee siano così poco frequentate, come può evincersi anche dalla foto allegata all’articolo.