Dieci anni dal Triplete

inter triplete

Devo dire la verità: non mi sarei aspettato, considerando che soffrivo di crisi da astinenza per una semplice sosta della nazionale, di trovarmi assolutamente indifferente all’assenza di calcio giocato (e della mia Inter, soprattutto) come sono adesso. Il covid-19 ha stravolto le nostre vite anche in questo, anche se mi rendo conto che il calcio, oggi, è l’ultimo dei problemi.

Il 22 maggio, però, è una data da incorniciare, da celebrare tutti gli anni e ancora di più oggi che sono passati dieci anni esatti dalla finale di Champions League del 2010, tinta del nerazzurro interista tra le nostre lacrime ed il nostro entusiasmo. Quel giorno, con l’apoteosi, si concludeva una cavalcata trionfale, si portava a casa un trofeo (ultimo torneo internazionale vinto da una squadra italiana) che mancava da tanti, troppi, anni. Il primo ricordo va ai miei amici Aldo, morto pochi mesi dopo, e Mario, scomparso qualche settimana fa, con i quali ho avuto la fortuna di condividere dolori e gioie di quella indimenticabile stagione. E non posso dimenticare la telefonata con il mio amico Luciano, fortunato spettatore a Madrid, pochi minuti dopo il trionfo, quasi avessi la necessità di avere conferma che eravamo sul tetto d’Europa. Con grande nostalgia ricordo anche il circolino affollato di gente dove, ad ogni partita, non trovavi posto a sedere se arrivavi meno di dieci minuti prima. Sento nostalgia persino delle battute a vuoto accusate dalla nostra squadra intorno a metà campionato, al quasi de profundis intonato dopo la sconfitta di Catania cui seguì la partita con il Chelsea, secondo me vera svolta della stagione, momento in cui si ebbe la consapevolezza di poter arrivare fino in fondo.

Ogni ulteriore parola sul magico mese di maggio 2010, figurarsi un’analisi para-tecnica o storica, sarebbe retorica, ma il ricordo di quella mai eguagliata impresa rifulge anche oggi che abbiamo problemi più importanti cui dedicarci. E costituisce una speranza consolatoria il pensiero di poter tornare, speriamo presto, con Ambrogio, Giacomo, Pino, Angelo, Giuliano e gli altri irriducibili, sempre presenti anche ai tempi di Alvaro Pereira e Taider, a gioire e, anche, soffrire per la nostra squadra.

 

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