Visto al cinema – The French Dispatch

Un film molto particolare, di quelli che qualcuno può amare, al contrario di altri, che potrebbero non gradire. Avendo già visto Gran Budapest Hotel, la cifra stilistica di Wes Anderson, regista dell’opera, non mi ha colto di sorpresa, come è successo a mia moglie, cui il film non è piaciuto. Penso che un lavoro così avrebbe bisogno di essere metabolizzato, per poterlo apprezzare.

Arthur Howitzer Jr ha convinto il padre, editore e proprietario dell’Evening Sun di Liberty (Kansas) a finanziare un supplemento domenicale del giornale. La redazione viene installata in Francia, nella città immaginaria di Ennui-sur-Blasé, e vengono ingaggiati i migliori giornalisti del tempo. Alla pubblicazione viene, di conseguenza, dato il nome di The French Dispatch. Alla morte del fondatore, per sua volontà, la pubblicazione viene interrotta ed i giornalisti sono chiamati a confezionare l’ultimo numero, che avrà funzione di necrologio di Arthur Jr.

La trama, ambientata negli anni ’50, racconta tre storie, oggetto di altrettanti articoli, inserite nell’ultimo numero: un artista galeotto e psicotico, innamorato della sua secondina; un commissario di polizia che cerca di liberare il figlio rapito; una non più giovanissima e nubile giornalista, che si occupa, venendone coinvolta anche emotivamente, di una contestazione studentesca.

Il film, dicevo, è molto particolare. Il colore si sussegue al bianco e nero, con inserimenti di scene proposte in forma di cartoni animati. Le inquadrature appaiono molto dettagliate, quasi pittoriche. I dialoghi sono molto serrati e ironici. In poche parole, un patchwork di forme espressive tipiche del cinema.

Può ritenersi che Anderson abbia voluto fare un omaggio al giornalismo dei vecchi tempi e alla Francia non metropolitana di metà secolo scorso. Per questo scopo, ha chiamato a sé un cast stellare, capitanato da Bill Murray, con attori venuti anche da lontano per poche battute e per mettere la propria firma su questa celebrazione del cinema analogico.

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